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Conservazione e gestione del lupo: l’esperienza del Parco dell’Antola

Conservazione e gestione del lupo: l’esperienza del Parco dell’Antola

Il Piano Nazionale di Conservazione e Gestione del lupo, presentato nelle scorse settimane dal Ministero dell’Ambiente e, attualmente, in attesa di essere discusso e valutato nell’ambito della Conferenza Stato Regioni, è un tema che molto ha fatto e fa discutere.

Nelle ultime settimane l’attenzione della stampa e dell’opinione pubblica si è concentrata quasi esclusivamente sull’articolo 7 della parte III del Piano che, almeno nelle versioni ad oggi divulgate, apre alla possibilità di deroga al divieto di rimozione dei lupi dall’ambiente naturale (Scarica il Piano Nazionale di Conservazione e Gestione del Lupo, stesura gennaio 2017).

Il termine “abbattimento” non compare mai esplicitamente nel Piano, ma tanto è bastato per suscitare una tempesta di polemiche e un inasprimento delle posizioni che rischiano di spostare sul piano esclusivamente ideologico un confronto che dovrebbe invece essere focalizzato sulla messa in opera di strategie e soluzioni efficaci per la tutela della specie e la gestione dei rapporti di convivenza fra uomo e lupo.

Abbiamo voluto realizzare l’approfondimento che segue per dare il nostro contributo a una migliore comprensione della “questione lupo”, portando all’attenzione dei lettori l’esperienza diretta che il nostro Parco a maturato, operando su un territorio dove questo predatore si è insediato stabilmente ormai da anni.

Cominciamo ad approcciare l’argomento sotto un profilo più scientifico. Per farlo abbiamo rivolto le nostre domande a Roberto Sobrero, tecnico de Il Piviere, la società specializzata cui l’Ente Parco ha assegnato la gestione del servizio di monitoraggio del lupo sul territorio dell’Antola.

Che dimensioni ha popolazione dei lupi in Italia? E in Liguria?

“Il numero globale dei lupi presenti in Italia non è un dato disponibile in quanto la popolazione è molto fluttuante nei differenti periodi dell’anno, nonché in quanto non esiste a livello nazionale un omogeneo sistema di monitoraggio. Una stima grossolanamente abbozzata è presente nel Piano Nazionale di Conservazione e Gestione del lupo (stesura del novembre 2016) dove testualmente si cita “…La stima, effettuata con il ri-campionamento dei valori disponibili per i 5 parametri, ha permesso di ottenere un valore mediano e una valutazione della incertezza d esso associata. La mediana della popolazione, in base a tale stima, è 1580 animali con i valori compresi (interquartili 25-75%) tra 1070 e 2472. La grande incertezza e la povertà dei dati disponibili sono sottolineate dall’ampia forchetta dei valori interquartili…”.

Probabilmente solo dopo l’adozione del PCG sarà possibile sapere in maniera meno approssimativa il numero dei lupi presenti in Italia, in quanto proprio il PCG si pone quale obiettivo quello di fornire a tutte le Regioni e Provincie Autonome il Manuale di Monitoraggio della specie lupo che punta ad uniformare le tecniche di monitoraggio della specie e pertanto a rendere confrontabili tutti i dati di presenza che vengono raccolti sul territorio italiano.

La Liguria rappresenta un territorio di passaggio tra la popolazione appenninica e quella alpina dei lupi e un territorio particolarmente difficile da monitorare, almeno se si continuano ad applicare tecniche di monitoraggio che tengono conto dei confini politici.

La Liguria ha la caratteristica di essere molto lunga ma altrettanto stretta per cui molti branchi occupano parti residuali di territorio della Liguria politica, altri ne occupano porzioni dominanti, altri hanno territori esclusivamente presenti nella Liguria politica. Partendo da tali presupposti è facile capire come parlare di popolazione ligure di lupi risulta alquanto difficile, sarebbe molto più corretto parlare di branchi che utilizzano anche solo residualmente il territorio ligure.

Fino a oggi in Liguria non è mai stato fatto un preciso lavoro di monitoraggio del numero dei lupi presenti né tantomeno sul numero dei branchi che utilizzano il territorio ligure. Il datato Progetto Lupo Liguria che forniva dati di 30 – 40 individui non ha mai approfondito il monitoraggio sui branchi ma si è piuttosto limitato a definire la presenza/assenza del lupo su porzioni di territorio ligure. Il riferimento al numero dei capi è essenzialmente derivato dall’attività di fototrapolaggio e dalle analisi genetiche che sono state svolte nell’ambito di tale progetto conclusosi nel 2014.

Ad oggi in Liguria il monitoraggio sui branchi è attivo solo in limitate porzioni di territorio quali il Parco Antola e il Parco Beigua, che finanziano questa attività con loro fondi, nonché nel Parco delle Capanne di Marcarolo che seppure in territorio piemontese ospita un branco che gravita anche su ampie porzioni di territorio ligure. Da questi dati pertanto non è possibile giungere a stime della popolazione ligure di lupi, sempre che di popolazione ligure si possa parlare. D’altro canto non è possibile nemmeno avere indicazioni sul numero dei branchi in quanto è sicuramente poco preciso estendere dati puntuali a realtà molto più ampie”.

Di quali dati disponiamo in merito alla popolazione dei lupi nel Parco dell’Antola?

“La popolazione di lupo nell’ambito del Parco dell’Antola si compone di due nuclei riproduttivi distinti, ovvero due branchi che si spartiscono la maggior parte del territorio compreso dai comuni del parco sui quali si affacciano molto marginalmente altri nuclei più esterni. Va precisato che la stima di un numero totale di soggetti è possibile farla solo attraverso oculati studi che attualmente, per mancanza di fondi non possono essere effettuati. Il monitoraggio base, messo in atto dal Parco Antola a margine dell’assistenza rivolta agli allevatori, viene svolto soprattutto con foto/video-trappole e può in parte sopperire alla causa.

La stima numerica offre comunque dei numeri spesso soggetti a frequenti mutazioni per via delle dinamiche dei branchi. Questi sono di fatto in continua evoluzione secondo i cicli stagionali che comprendono le nascite di cuccioli, l’allontanamento volontario dei giovani degli anni precedenti e, o per mortalità dovuta a cause antropiche quali il bracconaggio e gli incidenti stradali nonché per mortalità dovuta a naturali conflitti intraspecifici ad esempio tra branchi confinanti.

Sulla base dei dati raccolti nel 2016 nell’ambito del servizio di monitoraggio attivato dal Parco si stimano una dozzina di esemplari, numero cumulativo per i due branchi su un territorio complessivo di circa 300 kmq. I tecnici incaricati della raccolta dati chiamano “Branco dell’Antola” quello incentrato in valle Brugneto e “Branco alta Val Scrivia” (o “di Genova”) quello che verte sull’immediato entroterra di Genova con gran parte del territorio esteso nelle valli Scrivia e Polcevera”.

Quali sono i “danni” che il lupo può causare alle attività umane?

“La presenza del lupo sul territorio nazionale ha fatto riemergere una problematica atavica ovvero la costante lotta tra pastori e predatori. Il pastore alleva i propri animali per trarre da essi un reddito, il lupo li preda per riuscire a sfamarsi in particolari circostanze. Nell’attuale contesto socio-economico-politico si inserisce un ulteriore fattore che moltiplica l’effetto economico dell’incidenza del lupo sulle attività umane: la crisi economica, che nel settore dell’allevamento è particolarmente pesante.

Da qui, è facile capire che il danno che il lupo causa alle attività economiche umane è una indiscutibile perdita di redditività a causa di molteplici fattori identificabili in danni diretti quali il mancato reddito a causa della morte per predazione del capo ucciso, il mancato reddito per la decurtazione produttiva che il capo predato aveva all’intero del contesto aziendale (latte o carne), l’aumento delle spese derivanti dagli obblighi di legge derivanti dallo smaltimento delle spoglie del capo predato e l’aumento delle spese veterinarie a seguito di attacchi non risultati mortali.

Si possono poi individuare anche danni indiretti, come l’aumento della manodopera dovuta alla realizzazione e gestione di recinti elettrificati, spese di mantenimento dei cani da guardiania e spese di maggiore vigilanza.

Molti allevatori però, affermano che il “problema lupo” è in realtà la punta dell’iceberg di un sistema, quello zootecnico, che non funziona, privo di una propria politica economica che miri alla tutela dei prodotti e dei mercati locali. In queste condizioni anche la perdita di un solo capo comporta un mancato reddito che diviene oltremodo significativo”.

Disponiamo di dati attendibili in merito a tali danni, che ci possano aiutare a comprendere le dimensioni del fenomeno?

Purtroppo per mancanza di uniformità nella esecuzione dei sopralluoghi atti a determinare la morte del capo, per la mancanza di un preciso protocollo di verbalizzazione del danno, per un sostanziale trattamento dei rimborsi, i dati precedenti al nuovo Regolamento Regionale sulla Denuncia e Risarcimento dei Danni da Fauna Selvatica (anno 2016) non si dispone di dati attendibili“.

Nel territorio del Parco dell’Antola ci sono stati casi di predazione o altre tipologie di “incidenti” o situazioni di pericolo?

“Anche nel territorio dell’Antola vi sono stati e tutt’oggi vi sono eventi predatori a carico degli ungulati da reddito (ovini e caprini) nonché, sporadicamente a carico di giovanissimi bovini. Solo negli ultimi anni si sono registrati anche attacchi a equini (asini) e giovani puledri.

Sporadici ed occasionali, ma solo in quanto allevati in minore misura sono gli attacchi verso gli animali esotici (lama, alpaca, guanachi). Essi vengono attaccati dal lupo solo in seguito a precedenti predazioni su similari animali, il che farebbe presupporre che il predatore non li valuta, almeno inizialmente, come prede.

La predazione a carico degli animali da reddito è un evento tanto più frequente quanto minore è il grado di protezione degli stessi animali. In pratica si è potuto constatare, in seguito a dieci anni di sperimentazione, che gli allevamenti protetti riducono drasticamente il numero degli attacchi o addirittura li annullano del tutto. Questo fa pensare che il lupo preferisca non rischiare un attacco in presenza di sistemi di prevenzione e che pertanto si rivolga verso altri obiettivi.

L’incidenza con la quale il lupo attacca gli animali da allevamento è direttamente proporzionale al numero di contatti che esso stabilisce con gli animali domestici, infatti il lupo è un predatore opportunista. Il numero dei contatti è quindi funzione del numero degli allevamenti presenti, dal numero degli animali allevati e dell’estensione pascoliva utilizzata.

All’interno del Parco dell’Antola sono quasi del tutto scomparsi i grossi allevamenti ovi-caprini che occupavano grandi aree, restano invece alcune puntuali situazioni zootecniche che allevano bovini con la tecnica della vacca vitello le quali occupano spazi particolarmente ampi. Ne deriva che le situazioni nelle quali i lupi si imbattono negli animali domestici sono sempre meno e pertanto gli eventi predatori sono ridotti.

Esistono comunque situazioni nelle quali la presenza di animali domestici al pascolo privi di qualsiasi sistema di prevenzione fa si che il lupo porti attacchi ricorrenti ogni qualvolta la fame si faccia sentire. Queste situazioni sono quelle che creano maggiore conflitto tra attività zootecniche e presenza del lupo“.

L’insediamento del lupo può essere considerato un indicatore positivo in termini di “qualità” dell’ambiente? Quali conseguenze ha la sua presenta per l’ecosistema naturale del Parco?

“Numerosi studi in varie parti del mondo hanno evidenziato le ripercussioni positive che il ritorno del lupo ha fatto ricadere sull’ambiente. Spesso tali conseguenze sono dovute al ruolo degli ungulati selvatici ,sue principali prede che incidono moltissimo e spesso negativamente (se in condizioni di sovraffollamento) sugli ecosistemi e che il ritorno del lupo tende a riequilibrare

Gli stessi ungulati a livello di specie ne ricavano benefici essendo l’attività predatoria del lupo piuttosto selettiva e le loro popolazioni possono così più facilmente sopportare eventuali zoonosi grazie alla più veloce eliminazione da parte del lupo dei soggetti in cattiva salute. Non per niente i popoli cacciatori del grande Nord chiamavano il lupo “medicina” in relazione alle renne o ai caribù da cui tali popoli dipendevano.

In altri posti come nei Parchi del Nord America il ritorno del lupo ha consentito uno spontaneo ritorno di specie divenute rare tra cui il castoro per l’eccessivo pascolamento e brucatura dei cervidi concentrati lungo le aste fluviali le quali avevano perso la vegetazione riparia con tutte le innumerevoli forme di vita animale a essa legate.

Detto ciò si evidenzia che il lupo come superpredatore svolge un importante ruolo di “specie ombrello”, ma per contro essendo una specie molto adattabile non sarebbe forse corretto giudicarla un “indicatore biologico” essendoci molte altre specie assai più esigenti in materia di “salute degli habitat”e più soggette ad estinguersi per le modifiche ambientali in corso.

In fondo, come dice Luigi Boitani, coordinatore con Valeria Salvatori, del PCG, al lupo è sufficiente che un ambiente possa offrirgli sufficiente cibo e qualche posto per nascondersi (particolarmente tranquillo per allevare la prole)… e dove l’uomo possa tollerarlo un pochino“.

Vista la specificità della tematica affrontata il Piano Lupo è stato stilato con il contributo di figure scientifiche competenti. I provvedimenti previsti risultano validi nell’ottica di una migliore gestione della convivenza fra uomo e lupo?

“Non è possibile dare una risposta a questa domanda. Il PCG rappresenta lo strumento principale di guida per la conservazione e gestione del lupo in Italia attraverso il coordinamento delle azioni da intraprendere ai diversi livelli istituzionali (comunitario, nazionale, regionale) per assicurare la persistenza del lupo e minimizzare i conflitti con le attività antropiche.

Gli obiettivi del PCG sono quelli di mantenere, in coesistenza con l’uomo, popolazioni vitali di lupo come parte integrante degli ecosistemi e del paesaggio. Dove coesistenza con l’uomo indica il mantenimento di livelli socialmente e economicamente accettabili di conflitto con le attività antropiche, in primis con l’allevamento zootecnico.

Tali obiettivi vengono perseguiti attraverso un complesso di azioni molto articolato che lo Stato demanda ad ISPRA, Regioni e Provincie Autonome, Enti territoriali, senza però offrire, a fronte delle incombenze demandate, una minima copertura finanziaria”.

Per quanto riguarda il punto più dibattuto, si è parlato di “abbattimenti”. Se non andiamo errati, in tutte le stesure del Piano sino a oggi proposte dal Ministero, la parola “abbattimenti” non compare e si parla in realtà di “deroga al divieto di rimozione”. Cosa si intende concretamente con questa formula?

“Il lupo nell’attuale status giuridico è una specie “altamente protetta” e pertanto una miriade di norme ne vietano qualsiasi forma di disturbo antropico tra cui ovviamente l’abbattimento, la cattura, la detenzione anche di parti di corpo se non per esclusive motivazioni scientifiche opportunamente dimostrate e derogate.

Con il PCG si inserisce per la sola popolazione appenninica di lupo la possibilità di derogare alla rimozione di alcuni individui dal territorio nazionale. A tale proposito si precisa che tale possibilità di deroga non è un inserimento ma il semplice riconoscimento di uno status di conservazione della popolazione di lupo appenninico dichiarata sufficiente. Infatti, ad oggi sussiste la possibilità di abbattimenti in deroga con modalità forse più semplici rispetto a quelle che vengono inserite all’interno del PCG, fatto sta però che nessuno (almeno in Italia) ha mai provato a inoltrare una tale richiesta.

Il PCG pertanto deroga al divieto di rimozione in specifici casi e previe specifiche autorizzazioni di un limitato numero di individui di lupo dal territorio nazionale, questo non significa che il lupo perde lo status di specie altamente protetta, ma ne assume un carattere ancora più marcatamente conservazionistico, in quanto si precisa che le deroghe devono essere autorizzate dall’organo di vigilanza tecnica del Ministero e in seguito a precise applicazioni del PCG da parte di Regioni e Provincie Autonome”.

Il provvedimento relativo all’abbattimento (o rimozione) in quali condizioni può essere adottato?

“Intanto occorre precisare che il PCG (nella stesura del novembre 2016) indica testualmente “…le richieste di rimozione in deroga ai sensi del DPR 357/97 possono essere avanzate al Ministero dell’ambiente esclusivamente da Regioni e Province Autonome, non prima che siano decorsi i tempi di cui all’azione III.3.2 del presente piano, e dimostrando il rispetto di tutte le condizioni previste. …“ questo significa che gli unici enti che possono presentare domanda di deroga sono le Regioni e le Provincie Autonome ma non prima che venga accertata la corretta applicazione del PCG.

Lo stesso PCG testualmente riporta “…Le deroghe potranno essere concesse con carattere di eccezionalità, a seguito di valutazione caso per caso, a tal fine ISPRA è chiamata a esprimere un parere tecnico che tenga conto delle prescrizioni normative e dei seguenti criteri non vincolanti:
– trattare le due popolazioni italiane, appenninica e alpina, come entità separate e soggette alle diverse valutazioni sul loro stato di conservazione;
– agire con cautela nei casi in cui i branchi interessati siano particolarmente rilevanti per le dinamiche spaziali, demografiche e genetiche del lupo in Italia;
– escludere la rimozione all’interno di parchi nazionali e procedere con cautela in casi di branchi che gravitano nelle aree di confine dei parchi e altre aree protette importanti per la specie;
– agire con cautela nei casi di animali/branchi transfrontalieri (popolazione alpina) specialmente qualora gli Stati confinanti abbiano provveduto o intendano provvedere a rimuovere esemplari appartenenti a branchi transfrontalieri, o comunque in aree prossime al confine;
– valutare il ruolo del lupo come fattore di controllo delle sue principali prede selvatiche; dedicare priorità ai casi di presenza e prevalenza della ibridazione cane-lupo;
– valutare la completezza dei dati sui danni a livello comunale e regionale (o provincia autonoma) e valutare che nei Comuni interessati (in un area non superiore a 500 km2) la frequenza su base annuale di attacchi di lupo al bestiame domestico sia significativamente superiore ai dati regionali relativi a tutti i Comuni in cui si è registrato almeno un danno;
– valutare i dati sulla presenza di cani randagi e vaganti e, ove il fenomeno è presente, sulle misure poste in essere per il controllo dei cani randagi e vaganti …”

A questo provvedimento si fa ricorso anche in altri Paesi europei. Disponiamo di informazioni in merito alla sua efficacia?

“Francia, Svizzera, Germania, Paesi Scandinavi per citarne alcuni attraverso opportune norme nazionali pongono le basi per la rimozione di individui di lupo sul loro territorio nazionale. L’efficacia è alquanto discutibile ma sicuramente il concetto di rispetto della legge e dell’identità culturale in questi stati è ben più marcato che non in Italia”.

Andando al di là dell’emergenza e della questione di attualità connessa la Piano, la presenza di una specie animale rara, protetta e fortemente “simbolica” come il lupo, sicuramente ha delle conseguenze anche sulle strategie di gestione di un’area protetta come quella del Parco dell’Antola. In merito a questo risvolto della questione abbiamo rivolto alcune domande alla presidente del Parco, Daniela Segale.

Qual è la situazione della convivenza uomo-lupo nel Parco e com’è percepita questa presenza dalla popolazione residente?

“Se dovessi riassumere direi curiosità, paura, amore, rabbia. Sentimenti fortemente contrastanti fra loro ma generati dalle diverse tipologie di approccio che si avvicinano e “vivono” questa presenza.

Curiosità e amore per chi, come me, non ha paura, ma è affascinato da questo splendido predatore, ha rispetto dei suoi spazi e ne comprende il ruolo. Il suo ritorno nelle nostre vallate rappresenta un importante anello di equilibrio nella catena animale naturale ma, al tempo stesso, costituisce un pericolo per tutte le attività zootecniche che operano con grande fatica nel nostro territorio, generando un sentimento di rabbia ed un timore, infondato peraltro, nelle persone che amano attraversare i nostri sentieri e i nostri boschi, per un retaggio atavico che associa il lupo a qualcosa di malvagio e cattivo, da Cappuccetto Rosso al Lupo Mannaro.

Il nostro compito, come Ente Parco, è anche quello di divulgare le corrette informazioni sfatando miti e leggende perché solo con la conoscenza si possono affrontare ed arginare i problemi arrivando a una pacifica convivenza”.

Immagine dell'interno del Centro visita sul Lupo, nel territorio del Parco dell'Antola

Le sale del Centro Visita “Il Lupo in Liguria”

Il Parco dell’Antola sta avviando (primo in Italia) un innovativo sistema di “Allerta lupo”, destinato alla prevenzione delle predazioni. In cosa consiste questa iniziativa?

“Come dicevo prima, il nostro compito è di portare informazioni ma non solo. Nel caso degli allevatori ci siamo posti come obiettivo la loro tutela e salvaguardia. Come? Investendo dal 2016 in un programma di monitoraggio della presenza di elementi sul territorio attraverso un sistema di fototrappolaggio e di assistenza agli allevatori per le dotazioni di sistemi di prevenzione quali recinti elettrificati, utilizzo di cani da guardiania, dissuasori.

Tutto questo naturalmente affidato a dei professionisti. E poi naturalmente abbiamo adottato l’innovativo sistema di Allerta Lupo che consiste in un avviso inviato agli allevatori attraverso un sms o una mail ogni qualvolta si avverta la necessità di segnalare la presenza di un branco di lupi in una determinata zona in stato di pericolo (per esempio presenza di giovani elementi che stanno apprendendo dagli adulti le pratiche di caccia e che si apprestano a diventare potenziali predatori)”.

La presenza del lupo per il territorio del parco può rappresentare anche una risorsa di tipo turistico? Se sì, quali iniziative è possibile adottare per valorizzarla al massimo?

“Il potenziale turistico sicuramente c’è. Lo abbiamo visto con il crescere delle richieste di visita per il Centro del Lupo inaugurato nel settembre del 2015. Questo animale affascina, attrae, incuriosisce. Chi di noi non si è almeno una vola nella vita paragonato a un lupo solitario? La letteratura, la cinematografia e la fumettistica ce ne hanno reso svariate immagini, dal cattivo al divertente ( Lupo Alberto per esempio…).

Bisogna colmare il desiderio di conoscenza di questo animale creando eventi e condizioni che coinvolgano ed avvicinino sempre più persone all’argomento”.

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