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Proteggere il territorio con l’ingegneria naturalistica

Proteggere il territorio con l’ingegneria naturalistica

Il patrimonio naturale, con le sue ricchezze naturalistiche, è il punto fondamentale del futuro della nostra terra che va conosciuto e fatto conoscere.

Credo che in questa frase si racchiuda il senso della missione che debba darsi un Parco. L’emergenza conseguente ai cambiamenti climatici e ad altri disastri naturali, richiedono, a livello mondiale, l’adozione di nuovi modelli che si basino sempre più sulla conservazione e valorizzazione efficiente delle risorse naturali.

Proprio in quest’ottica va letta e fatta conoscere l’ingegneria naturalistica, termine con il quale si intende quell’insieme di tecniche praticate per ridurre il rischio di erosione del terreno e in generale tese al suo consolidamento.

Queste tecniche prevedono l’utilizzo di piante vive o parti di esse da sole o in combinazione con materiali naturali inerti (legno, pietrame o terreno), materiali artificiali biodegradabili (biostuoie, geojuta) o materiali artificiali non biodegradabili (reti zincate, georeti, geogriglie, geotessili).

L’Ente Parco ha recentemente riutilizzato i metodi di ingegneria naturalistica per i ripristini ambientali in prossimità di due punti nei pressi della vetta del Monte Antola, per migliorare da un lato la fruibilità escursionistica e dall’altro per evitare che i dissesti si potessero ampliare e diventare economicamente non sostenibili.

È, infatti, innegabile che i dissesti provocati da eventi meteorici critici vadano contrastati con tecniche che tengano conto del contesto ambientale in cui sono inserite ma anche della loro effettiva sostenibilità economica.

Nel corso della mia attività lavorativa ho potuto rilevare sempre con maggiore frequenza che, in zone montane, opere strutturali grigie (muri in cemento armato o opere fondazionali indirette che sono rappresentate da pali e tiranti ovvero iniezioni di malta cementizia in armature di ferro aventi funzione di trasferire il carico dalla fondazione al substrato lapideo e/o di trattenuta delle spinte trasversali esercitate dal terreno) risolvono puntualmente delle problematiche ma, in assenza di opere ritenute secondarie quali l’attenzione alla raccolta delle acque e alla loro regimazione al loro intorno, possono, nel tempo, insorgere nuovi areali di disequilibrio.

Questo concetto va esteso anche alle strade. In sintesi, a valle delle strade bianche percentualmente si registrano molto meno fenomeni erosivi collegabili a frane per colamento rispetto alle strade asfaltate, in ragione della minore velocità raggiunta dalle acque di ruscellamento superficiale.

Da queste considerazioni, derivanti ahimè dall’avanzare della mia età, discende la scelta di intervenire con tecniche di ingegneria naturalistica che, laddove è possibile, tiene conto della reperibilità in loco della materia prima (la Regione Liguria ha emanato delle circolari esplicative alle proprie leggi, che indicano che può essere prelevato materiale sovralluvionato (ghiaia) dai rivi esclusivamente per interventi di bonifica di dissesti che interessano il bacino imbrifero che li sottende), presentando una elevata compatibilità ambientale ed una certa biodiversità, creando habitat naturali per la fauna (luoghi di alimentazione, riproduzione, rifugio) ed infine consentendo un ridotto impatto ambientale nella fase di cantiere (ad esempio con l’utilizzo di macchine tecniche specifiche, i cosiddetti “ragni”, che riducono al minimo le piste di accesso ai cantieri).

Come tutte le tecniche utilizzate dall’uomo, anche l’ingegneria naturalistica presenta dei limiti di applicabilità che dipendono dalla natura e tipologia del dissesto creatosi e da contrastare.

Personalmente ritengo, e non lo dico per senso di appartenenza a categoria professionale, che per il corretto utilizzo delle diverse tecniche operative debba essere chiara la natura e le cause del dissesto, l’eventuale superficie di scivolamento della frana e la natura e posizione del substrato lapideo. Solo in questo modo possono essere fatte delle scelte mirate, che tengano conto inevitabilmente degli elementi naturali e paesaggistici che intendiamo mantenere e valorizzare e della sostenibilità economica dell’intervento stesso.

Testo di Lorenzo Rosatto / Foto di Lorenzo Rosatto e Marco Carraro

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