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Cartoline storiche dall’Antola: un’ereditaria passione

Cartoline storiche dall’Antola: un’ereditaria passione

Testo di Luciano Campanella – Foto archivio Luciano Campanella

Nella vita di ognuno di noi, capitano spesso delle circostanze o coincidenze che a volte, a pensarci bene, sembrano frutto di un preciso disegno quasi ultraterreno

Da pochi mesi sono venuto in possesso di qualche decina di cartoline risalenti a più di cent’anni fa.

Già il modo in cui sono venuto in possesso di tale materiale è alquanto singolare. Un giorno, mentre bruciavo alcune sterpaglie nelle “fasce” le mie due zie ultranovantenni (esattamente 94 e 97) mi hanno chiesto se, già che c’ero, potevo bruciare anche “tutti questi papê” (carte)…

Fortunatamente il destino ha voluto che, prima di buttare tutto nel fuoco, mi cadesse l’occhio su una foto dove si vedeva una quindicina di persone e diversi muli, tutti attorno ad una piazzetta con tanto di bel lavatoio/abbeveratoio.

Si trattava di una cartolina di Bavastri, scattata probabilmente durante una festa o una domenica di primavera o d’estate, infatti, tutti gli uomini presenti avevano il cappello e la camicia “buona” e bianca.

Guardando meglio questi “papê”, notai che si trattava di molteplici lettere scritte e spedite dal fronte dal nonno alla nonna in tempo di guerra (1915/18), nonché almeno una ventina di cartoline spedite alle zie da un mio prozio negli anni che andavano dal 1914 al 1916.

Notai poi, con grande meraviglia, che tutte le cartoline scritte da questo prozio riguardavano paesi del Parco (Bavastri, Fascia, Propata, Torriglia), paesi Vicini al Parco (Frassinello, Carsi, Montoggio, Savignone) e alcune meravigliose foto del monte Antola tutte con tanto di timbro originale nel retro del Rifugio Musante.

Ritornando al disegno quasi divino: è chiaro che il prozio fosse un appassionato dei monti e dei paesi a ridosso dell’Antola. Mio padre (che non ha mai conosciuto il prozio e che non ha mai saputo di tali cartoline) anch’egli era da sempre appassionato e interessato all’Antola e a tutti i suoi paesi confinanti (addirittura spesso visitava anche quelli del versante opposto alessandrino (Agneto, Corsi, Dova Superiore e Inferiore , Berga e Campassi).

Quante gite che da bambini io e mio fratello abbiamo fatto con i genitori, quante mangiate al sacco a Casa del Romano, o per ravioli da Paolin a Propata, o da Genio all’Alpe di Vobbia, osteria oramai chiusa da decenni…

Ricordo bene la prima volta che sono salito sull’Antola. Avevo circa 8 anni ed assieme al papà c’era anche un caro zio. Non ricordo da dove siamo partiti, ma so di certo che siamo passati dal Monte Buio.

Ricordo perfettamente tale monte in quanto, oltre ad aver suscitato la mia fantasia di bambino per via di quel nome tanto tenebroso, è stata proprio dalla sua croce che mio padre mi fece vedere un’altra croce, quella dell’Antola, meta finale del nostro viaggio, nonché mio primissimo incontro con la Montagna dei genovesi.

Naturalmente, sempre per motivi oscuri, questa passione mi è stata puntualmente e regolarmente tramandata. Da quel giorno di tempo ne è passato parecchio e, nel corso degli anni, sull’Antola sono salito decine di volte, passando per decine di sentieri diversi.

Ho fatto escursioni tranquille e in serenità e altre un po’ meno (cinque edizioni della Rigantoca e, in tutte e cinque le edizioni, sempre per rispettare la tradizione ho volutamente allungato il già lungo percorso, salendo fino alla croce e non passando dal sentiero più basso e più corto rispetto alla vetta).

Ero anche uno dei duemila e più che hanno partecipato all’inaugurazione del restauro della Cappelletta dell’Antola in un giugno (se non ricordo male) dei primi anni del 2000.

Ho dormito in tenda con mia figlia, proprio vicino al cippo presente sulla vetta dell’Antola, gustandomi l’ambita e bellissima alba, ma assistendo anche una decina di ore prima, ad un indimenticabile e unico tramonto, a mio avviso ancora più emozionante dell’alba.

Ritornando ancora una volta al mio avo, mi piace pensare che da lassù, magari assieme a mio padre, oltre a scambiarsi opinioni e considerazioni sulle bellezze dell’Antola e di tutti i suoi dintorni, cerchino di fare il possibile affinché anch’io, in qualche modo, possa a mia volta contribuire a divulgare e a far conoscere a più gente possibile, magari proprio tramite la pubblicazione di qualche vecchia cartolina sulla “Voce”, quanta bellezza c’è nei nostri monti e in tutti i paesi che li circondano.

Una cosa è oramai certa, tutti i fatti, le circostanze e le coincidenze di cui facevo riferimento all’inizio, sono perfettamente, e un po’ misteriosamente, combaciate…

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