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Antola: Le antiche vie dei nostri monti

Antola: Le antiche vie dei nostri monti

Le mulattiere con il loro affascinante carico di suggestioni e storia

Ancora oggi queste vie possono farci rivivere ancora oggi l’emozione di percorrere le vie di comunicazione del passato, quando andare a piedi era l’unico mezzo per spostarsi.  

La Liguria ha legato il suo destino al mare. Lo insegna la storia, quando la Repubblica di Genova con la sua potente flotta navigava sulle acque del Mediterraneo ottenendo ricchezza e prestigio in tutta l’area. La Superba è sempre stata la porta naturale e strategica per i traffici e i commerci dei prodotti provenienti dall’Oriente, come il sale, le spezie e la seta, destinati ai mercati del nord; invece, grano, riso e tessuti viaggiavano sulle stesse vie ma dirette verso la costa.

In prossimità dei valichi, sulle mulattiere principali s’innestavano percorsi laterali e vie alternative, il cui utilizzo era legato alla portata dei fiumi, alla presenza di neve in quota, al periodo storico. In questa rete di strade, mulattiere e sentieri che interessava tutto l’Appennino, una delle più importanti era la nostra Via del Sale, che in una sua variante attraversava Casella, guadagnava quota verso i crinali della Valbrevenna e, raggiunto il Monte Antola, si ricongiungeva alla direttrice che scendeva in Val Borbera attraverso la Valle dei Campassi. Questa era la direttrice preferita dalla gente delle nostre valli quando emigrava verso nord per svolgere i lavori stagionali.

I mulattieri facevano rete…

Una riflessione nasce spontanea: i nostri vecchi senza i cavalli, gli asini e soprattutto i muli, sarebbero morti di fatica e di stenti nell’attraversare valli impervie, accidentate e con grandi dislivelli.

Ricordiamoci che generazioni di mulattieri hanno preferito affrontare l’asperità dei monti alle strade di fondovalle perché sovente infestate dai briganti. Era un mestiere duro il loro, dovevano affrontare percorsi impervi, difficili, spesso pericolosi, improponibile per persone cagionevoli di salute e fisicamente impreparate. Inoltre, in un’epoca ben lontana dalle divulgazioni dettate dalle nuove tecnologie, erano loro ad alimentare con il passaparola la forma più rudimentale ma unica della comunicazione.

Le mulattiere non rappresentavano pertanto solo una fondamentale rete di scambio di mercanzie, ma anche una rete sociale importante per il diffondersi di notizie e informazioni tra la città e le comunità dell’Appennino. Lungo gli antichi tracciati s’incontrano ancora oggi i ricoveri, con le stalle e al piano superiore i letti, che davano ospitalità e riposo ai muli e ai loro padroni, mantenendo al sicuro i preziosi carichi; giusto per citarne alcuni, la Taverna di Pareto lungo il sentiero per il Monte Buio, la “casa dei mercanti” di Casella e lo strategico punto tappa di Vobbia, frequentati soprattutto dagli uomini che intraprendevano viaggi lunghi.

Per i tratti più brevi, viandanti e contadini si appoggiavano alle osterie dei paesi, oppure, vicino all’Antola – punto nevralgico degli antichi tracciati – la Casa del Picetto e il Rifugio Musante.

Le cappellette votive che ancora oggi s’incontrano ai bordi delle piste, oltre a luoghi di preghiera, erano anche motivo di conforto e rifugio in caso di necessità. Questi modesti luoghi di fede mostravano all’esterno un piccolo atrio munito di 2 panche, o sedute in muratura ai lati, dove trovare riparo in caso di improvvisi acquazzoni o nevicate.

Nulla era lasciato al caso: le pietre tolte dai campi durante l’aratura venivano utilizzate per realizzare il risseu, il tipico ciottolato formato da pietre messe per costa che agevolava il passaggio delle persone, dei muli e delle lése. Altro elemento tipico del paesaggio sono le neviere (nevee) per l’ottenimento e la conservazione del ghiaccio: seppure oggi siano habitat prediletto delle rane, sono facilmente individuabili lungo le antiche vie del sale, soprattutto in prossimità dei valichi. Il ghiaccio veniva tagliato in blocchi e di notte, sul dorso dei muli, portato a Genova o nei grandi centri della provincia.

Epilogo

L’antico nodo viario consentiva alla manovalanza stagionale di migrare verso le risaie della pianura padana. Queste mulattiere, realizzate dall’uomo pietra dopo pietra, erano frutto di intelligenza e raziocinio, con pendenze costanti e un fondo composto da sassi squadrati e disposti con criterio per dare salda presa agli zoccoli degli animali da soma e agli scarponi chiodati dei loro padroni.

Queste caratteristiche, nell’epoca attuale possono essere messe a profitto dagli escursionisti a piedi e in mountain bike per spingersi sempre più in alto, verso lo spartiacque, pedalando dapprima nei castagneti, poi nelle faggete, fino a giungere ai pascoli montani dove poter gustare gli orizzonti immensi che solo l’Antola sa dare.

Dopo l’abbandono di questa meravigliosa rete viaria, coinciso con l’avvento delle carrozze e della ferrovia a carbone nei fondovalle, taverne e osterie hanno perso una delle loro principali mansioni e così sono state costrette a chiudere i battenti. Anche i sentieri ne hanno risentito, infatti, l’azione implacabile del tempo e la vegetazione ne hanno preso il sopravvento.

Fortunatamente viene in aiuto di queste “memorie storiche” l’amore per il territorio, la passione degli escursionisti, la FIE (Federazione Italiana Escursionisti), il CAI (Club Alpino Italiano) e l’operosità di alcune Pro Loco e Comuni. Non ultimo l’Ente Parco, da sempre impegnato a mantenere e valorizzare la rete sentieristica e le mulattiere che, seppur tra mille difficoltà, caratterizzano ancora le nostre belle valli.

 

Articolo di Luciano Campanella, appassionato dell’Appennino, dei suoi paesi  e della cultura contadina che li ha caratterizzati.

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